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Décadence - immagini introverse (di Luigi Sperduti) Stampa E-mail
sperduti

Décadence - immagini introverse
Luigi Sperduti
Nicola Pesce Editore

 

Dalla prefazione di Andrea Borla.

È sufficiente guardarsi in giro, aprire un quotidiano, accendere la televisione o navigare su internet, per rendersi conto che il mondo contemporaneo è quanto di più lontano dal concetto di poesia. Se questa affermazione è per certi versi valida per quasi tutte le epoche, inevitabilmente caratterizzate da barbarie di ogni tipo, è pur vero che il ritmo di questo progressivo e inarrestabile fenomeno di allontanamento ha subito, in un’epoca governata dalla tecnologia, un’ulteriore e definitiva accelerazione.
In questo contesto è inevitabile chiedersi se abbia ancora senso parlare tout court di poesia, e se le composizioni in versi mantengano ancora la loro utilità, sia in termini di capacità di rappresentare il mondo sia di generare vibrazioni nell’anima dei lettori. Non possiamo che ammettere di aver in gran parte perso l’abitudine a confrontarci con questo mezzo di espressione, così come abbiamo perso confidenza con la figura stessa del poeta, smettendo di interrogarci sulla sua attualità. [...]

 

Impressioni di... lettura

Personalmente il libro di poesie di Luigi Sperduti, "Décadence -immagini introverse", mi è parso un tormentato percorso: una sequenza che non può essere casuale ci accompagna dalla prima lirica, "unicità", alle ultime due, "alabastro" e "dharma".
Perché nel percorso ho citato le ultime due e non l'ultima, come sarebbe stato più logico?
Perché "unicità" apre con un seme di speranza, con un "le tue mani nelle mie" che penetrano la coscienza dell'autore scuotendola, facendo comparire, quasi ereticamente, la parola "felicità". E dopo un lungo cammino, che tocca le corde più profonde dell'animo -quasi afflitto da un "mal di vivere"-, che propone radi momenti non di vera felicità, ma di sollievo momentaneo ("Immagini introverse"), che ribadisce l'impotenza verso un mondo grigio ("Inerme"), a cosa giungiamo?
Credo, temo, a quella che è la più disillusa conclusione che una visione tormentata, insofferente del mondo, ci possa dettare: a quel "Le tue mani non sono più nelle mie" in "alabastro" ed, infine, a "dharma", che fonde magistralmente morte e vita, sogno e speranza, negli ultimi tre versi. Sogno e speranza? Ma ad essi anela l'autore, come unica via di fuga, di ribellione ai pensieri che lo assalgono o c'è un messaggio più rassegnato, definitivo?

Penso che la risposta sia in ciascuno di noi.
Leggendo ed abbandonandoci d'istinto alle sensazioni che l'autore susciterà, interpreteremo forse diversamente, com'è giusto, gli innumerevoli interruttori che "Décadence" accenderà in noi...

Marcello Pizzi

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