|
Penso alla follia come a un disordine dei denti
Daniele Del Giudice
La follia. Cos’è? «Penso alla follia come a un disordine dei denti». È una scena perfetta. È solo una delle
immagini dello Stadio di Wimbledon, romanzo d’esordio di Daniele Del Giudice, partorito nel 1983 nei Nuovi Coralli einaudiani. «Cosa ci annuncia questo insolito libro? La ripresa del romanzo d’iniziazione di un giovane scrittore? O un nuovo approccio alla rappresentazione, al racconto, secondo un nuovo sistema di coordinate?». Queste erano le domande che Italo Calvino poneva sulla quarta di copertina della prima edizione. La trama. Qual è? Un giovane va alla ricerca di notizie di uno «scrittore senza libro». Un uomo che pur avendo la vena da scrittore, non ha mai scritto. Un uomo che si configura, già a pagina 14 (della seconda edizione) come Bobi Bazlen, intellettuale triestino, genio editoriale prima dell’Einaudi poi dell’Adelphi. Il protagonista dello Stadio di Wimbledon attraversa Trieste, poi Londra, in cerca di sue notizie. Raccoglie testimonianze: «Lui diceva che l’unico valore è la “primavoltità”. Diceva anche: “Non si possono più scrivere libri, io scrivo solo note a piè di pagina”» oppure «La sua opera è stata la sua vita».Trieste e Londra sono «viste con occhio freddo e attento ai dettagli». «[…] La presenza del mare è strana, forse perché questa città non posso pensarla che da sud […]. O forse perché sono abituato ai mari che scorrono in modo tangenziale, non che cominciano, come qui» dice di Trieste. La città di Bazlen e Saba è descritta in poche parole ma sembra di esserci dentro. A Londra va in cerca della soluzione. Gliela dà Ljuba, la Ljuba che parte della poesia di Montale: «[Bazlen] aveva due vocazioni: una era di far conoscere quello che a lui sembrava importante. E l’altra…C’è un punto della vita in cui va presa una decisione fondamentale. In quel punto le cose cambiano […]. Ecco: molte persone, arrivate a quel punto, hanno incontrato lui. E lui le ha aiutate a cambiare, o a decidere. Io credo che questa era la sua passione, e il suo capolavoro. Nient’altro». È una non conclusione, si può dire. La scrittura. Com’è? Precisa, oggettiva, essenziale, attenta alle percezioni sensoriali. A tratti idee dense di una carica suggestiva. Sul treno un bimbo gioca con un trenino e il narratore resta affascinato «dall’infantile pienezza di essere dentro qualcosa e continuare a possederla dal di fuori». In una camera d’albergo la sensazione è «di aver fatto sogni che non appartengono a me ma sono della stanza, lasciati qui da centinaia di sognatori precedenti». I contorni: la delicatezza. Al quarto rigo compare la parola «delicatezza». Il romanzo si chiude con un pullover di Bazlen, che il protagonista tiene in mano con la delicatezza con cui si tiene un bambino. Gli intervalli. Il sonno: compare per ben sette volte. Sul treno, nella vasca da bagno. Addirittura a pagina 88: «[…] Per la prima volta in questo libro mi addormento anche in un letto». Lo stadio di Wimbledon esce tre anni dopo Altri libertini di Tondelli e la differenza si sente. La scrittura nitida, fotografica di Del Giudice stride con il ritmo esagitato dell’esordio tondelliano: piuttosto si avvicina al Treno di panna di De Carlo, ma superandolo di molto in raffinatezza, tematiche, elusione degli stereotipi. Un passo del romanzo ci chiarisce la scrittura di Del Giudice: «[…] Apro un romanzo pieno di puntini di sospensione tra una parola e l’altra; ogni tanto quei puntini sono un vuoto allo stomaco». È una dichiarazione poetica. |