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non posso fare a meno di notarlo. continua a passare davanti alla fontanella, dove c'è un gruppetto di ragazzi che suona la chitarra. cammina avanti e dietro. ogni tanto getta un occhio, poi abbassa la testa e di nuovo la stessa solfa. non è spaventato affatto: i ragazzi fermi lì, a ridere, cantare, suonare la chitarra, sembra non abbiano nulla davanti ai loro volti se non le bianche lastre di marmo di piazza dei serpenti, i cadaveri di birre e sigarette, a stento guardano i loro amici.
osservo con più attenzione: il personaggio è un ragazzo indiano, bengalese forse, con la borsa colma dell'immancabile paccotiglia colorata che tanto, caro mio, non comprerà mai nessuno. ha la mia età, anno più anno meno, la stessa età dei chiassosi e ricchi yuppies accanto a me. e allora maledico dio, che mi ha fatto nascere in occidente. maledico mia madre e mio padre, che mi hanno dato tutto. maledico il mio agio, il mio benessere. maledico tutto quello che sono, che posso essere solo perchè supportato da una solida impalcatura di denaro. è impossibile, è incredibile vedere come quel ragazzo cerchi non una moneta, ma un sorriso, un attimo di partecipazione a quello che dovrebbe essere un momento innegabile persino al più lurido dei porci: due chiacchiere, una risata. un po' di aria fresca sul viso, nessun pensiero per la testa. 3 minuti è il massimo che pretende. e allora maledico me stessa, che se non avessi quello che ho, i soldi che tanto maledico, non potrei neppure sperare di capire che quello che sta cercando è solo un po' di compagnia. un po' di considerazione. che io li maledico questi pezzi di carta, ma il loro valore è direttamente proporzionale alle mie di maledizioni. Alessandra Panzera |