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L'OSPITE DEL SILENZIO (Giovanni Confeggi) Stampa E-mail
L’ OSPITE DEL SILENZIO


Uchì a se vìf in blanc e negre e a
Se goza a colours
(Qui si vive in bianco e nero e
si grida a colori)
Federico Tavan

Ho un funerale in testa, cammino tutti i giorni con il diavolo al mio fianco, mi viene da vomitare e gli occhi mi escono dalle orbite.
Ho la pressione sotto i piedi e mi trascino in mezzo a grosse macchine lucidate che sembrano carri funebri.
La gente ha negli occhi il delirio e l’abisso della sofferenza e della propria fine intrisa di amarezza e solitudine.
Mi cibo di sigarette velenose e ascolto discorsi sui cadaveri delle guerre, mi perdo in questi labirinti luminosi, non c’e’ un posto dove rifugiarsi, sono al vento totalmente e ferocemente, questa e’ la wild side su cui bisogna passeggiare per diventare uomini, per diventare umani; forse un giorno quando quest’umanita’ scalcinata avra’ espresso tutto il suo potenziale fasullo saremo in grado di riconoscere i fratelli.
Nel mentre siamo tutti piu’ o meno consapevolmente delle cavie in balia dei grandi maestri della notte che sperimentano sul dolore le proprie capacita’ onnipotenti.
Hanno dita a forma di bisturi con cui tagliare il tuo cordone ombelicale attaccato alla radice della terra.
Ti osservo sparire in un corridoio spaventoso e disumano con la coperta che hai portato da una vecchia citta’ dove abitavi e ti scalda l’anima per quel poco necessario a non mostrare la paura al resto del mondo.
La carogna mi sale dalle viscere fino alla testa, l’uomo in fondo alla stanza mi guarda e comincia ad urlare con il telino al suo fianco verde di bile …io non ho niente da mostrargli se non il mio sguardo stanco, inopportuno e le mani inutili che vorrebbero essere piu’ pratiche ma non sanno esserlo.
Ho il sentore che tutto questo baraccone da un momento all’altro crollera’ nel malaffare mentre dormiamo in sogni masturbatori, traditori o perdiamo tempo in puerili discussioni, in antalgiche serate, algide e diffidenti da bellimbusti americani.
Gli scheletri irrequieti sono usciti dagli armadi sorridenti strappano un’amicizia al vento che come una donna impaurita se ne va da una parte all’altra del marciapiede.
Le braccia hanno lividi bluastri e buchi per le infiltrazioni di morfina che rincoglioniscono e stordiscono i cavalli ed i corpi martoriati dai simpatici avventurieri.
Sacchi in spalla vengono portati in spalla sui binari secchi dagli spazzini disgraziati che all’alba inseguono il tram della sventura con le porte chiuse e le luci abbassate guidato da un becchino con una bandana bianca in cerca di palline colorate per il suo party nell’ umida cantina piena di vergini in vestaglia che giocano a nascondino fra le ragnatele.
I volti degli incisi cambiano forma ed espressione, diventano gonfi, enormi, itterici o pallidi visi di giganteschi pupazzi per un palcoscenico di lenzuola e gommapiuma.
Urlano le membra sanguinanti e disidratate conformi a sopportare il cinismo di pochi potenti.
Vogliosi e petulanti sacerdoti incombono sulla scena con le loro vesti glabre mischiandosi al delirio e infondendo le loro speranze nere miste a vaselina usata per oliare il loro potere buono e mestierante.
Le macchie mi sporcano le vesti chiare e sento il bisogno di nuovi sapori per le passate vergogne.
E’ caotica e simile ad un deserto, un andirivieni di odori disperati; una debole luce entra nel desolato parcheggio mattutino.
E’ vergogna debolezza, ossa rotte e magrezza indicibile infiltrate da liquidi di vitale importanza, macellai pazzi chiudono i battenti con rabbia e volgarita’ esperti nella pratica della seduzione mangiano gli intestini delle capre.
A volte i volti si sgonfiano permettendo alle mandibole movimenti piu’ ampi e leggeri, le ferite si cicatrizzano, i colori tornano sereni e meno autunnali, le membra si rilassano e si sta in piedi barcollando.
Quelli vestiti di nero hanno sempre scarpe pesanti ma non fanno paura cercano indizi fra le povere cose e vibrano nervosamente.
Usano le poche energie rimastigli, i cercatori di speranza muovendosi come ali di farfalla fra petali giganteschi di fiori giapponesi.
Ho sentito che gridavi disperato il nome di tuo padre sul letto di tristezza e non ho saputo accontentare le richieste.
Di notte passa la morte lasciando sul tavolo l’opulenza contadina, un piatto di sardine, castagne e lenticchie portafortuna.
Qui i bambini non entrano, non so se e’ un bene o un male forse potrebbero stare per pochi minuti giusto il tempo di non invecchiare e dimenticarsi i giocattoli in giro.
Le finestre hanno ampie vetrate appannate fin quasi a mezzogiorno, a volte entrano ventate di felicita’ che si spargono fin dentro l’odore acre dei gabinetti, a volte restano serrate e l’odore della liberta’ resta imprigionato per ore.
E’ poco rigoglioso il giardino di piante deserto direi eppur di acqua non ne manca, ma e’ stato deciso il contrario e bisogna adeguarsi ai tempi dove i tram illuminati a festa girano come fantasmi per vie abbandonate.
Il maiale e’ stato fatto a pezzi dai macellai e ogni disperato ne riceve delle foglie alle ore prestabilite accompagnato da poche erbe aromatiche e annaffiato con liquido economico, il tutto per veleggiare al riparo dal freddo per qualche ora.
Vedo lividi sull’orlo di una crisi di nervi, grassi e verdastri, bile invecchiata in botti di rovere, vene che scoppiano e montagne di rifiuti scaduti…pasto per i topi.
Genuflessi ai piedi di altrui saperi ci si circonda di giocattoli e poveri averi.
Borbottano le macchine del caffe’ e i macchinari, elettrodomestici moderni per moderne mogli e cameriere del pulito.
Fragili ossa cercano di addolorarsi meno su tubicini affilati e liquidi incastrati nelle cavita’ addormentate sopra muscoli stanchi e rossi.
Pavimenti scuri su cui si trascinano storditi e voraci d’affetto pericolosamente instabili vittime di un insana giostra di micidiali ingranaggi, feroci circoli oliati e pericolosi.
Cuscini ai bordi del letto accatastati e malconci aspettano nuovi ingressi mentre sacchetti pieni di pus e aria sgonfiano sofferenti membra colpite in pieno come da una raffica di mitra.
Vetri nel tuo corpo da donna cannone enorme anche per un quadro di Botero; instabile, immobile, pesante, quasi ingombrante in un letto costruito appositamente, so cosa stai pensando : ad una camminata lungo una spiaggia assolata a raccogliere conchiglie e guardare le barche dei pescatori piene di reti.
Aspetti un marinaio che ti ricopra il corpo d’olio abbronzante e ti racconti i suoi viaggi sull’oceano a contare le sirene e le notti, le stelle vere e quelle false, i porti pieni di luci e le meraviglie delle onde all’alba.
Viaggiano a velocita’ da crociera le borse appese come trionfi agli alberi vicini alle dimore con estrema lentezza e scendono alimentando le speranze.
Mi dice di buttarmi la vocina interiore, ma non le do ascolto e lancio le sigarette in alto, conosco in parte i tuoi occhi da trenino per bambini costruito a mano con amore..
E’ difficile svegliarsi e scendere dal letto dopo una nottata di lamentazioni e sogni interrotti, ci si arrotola tra le coperte come dei piccoli ragni senza ragnatela: c’e’ ancora un piccolo spazio di torpore da difendere e si respira a fatica in un presente disconnesso e virtuale, ingombrante e in bilico.

Giovanni Confeggi


 
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