Sul divano il portinaio vedeva passare i clienti avanti e indietro e faticosamente
muoveva lo sguardo come risposta al loro saluto, ma spesso se ne andava lasciando
la guardiola libera.
La prostituta che abitava la 301 non era ancora scesa.
Erano le cinque del pomeriggio.
Fuori c'era un sole che spaccava le pietre, non pioveva ormai da mesi e Milano
era ridotta ad una città del centro america: vuota, assonnata e piena
di pazzi.
Leonildo le stava sopra cambiando posizione continuamente.
Lavorava come muratore per una ditta di Bergamo;i colleghi a sgobbare erano
senz'altro in gamba tutto l'opposto di come parlavano, non si capiva niente
ammesso che ci fosse qualcosa da capire.
Il suo cazzo era ancora in tiro, ma non aveva altri soldi per una nuova cavalcata.
La rumena pianse ; in un paese senz'amore la sua rabbia esplodeva in un pianto
liberatorio, solitario,secco, inconcludente, indelicato.
Leonildo non era abituato a questo tipo di abbandoni, era solito fare una vita
dura da quando era sbarcato dal Brasile e certe tenerezze non le capiva.
Si vestì in fretta, lascio' i soldi sul comodino e se ne ando' senza
salutare.
La metropolitana era piena, tutti uscivano dal lavoro, in maggioranza colletti
bianchi in tiro con le loro cravatte alla moda.
Si abbandono' al fluire delle persone e prese un giornaletto gratuito pieno
di notizie tristi: una di queste diceva “giovane ragazzo di colore ucciso”.
Il poveretto aveva avuto la pessima idea di rubare dei biscotti in un negozio
di onesti cittadini dalla pelle bianca,un tantino razzisti, che avevano pensato
bene di farsi giustizia da soli prendendo a bastonate il ragazzo fino a ridurlo
una polpetta.
Piego' il giornaletto e se lo infilo' nella tasca posteriore, gli serviva per
coprire il pavimento sotto il lavandino che perdeva da un po' di giorni.
Lascio' il suo posto, di lì a poco doveva scendere.
Uscì dal sottopassaggio, il mondo era circondato da un suono strano e
tutto appariva come un enorme delitto ed il sangue grondava dai bordi della
terra.
Si trovo' in stazione centrale, il pullman che l'avrebbe portato al carcere
di Opera era arrivato.
Ci salì, doveva andare a trovare il fratello che era finito dentro per
una storia losca, una storia di droghe, niente di grave ma si sa come vanno
queste cose.
Arrivato a destinazione noto' subito che il posto era buio, senza speranza,solo
meditazione e anestesia di tristezza e solitudine.
Un ricettacolo di emozioni, rabbie, costrizioni, paure, odore di chiuso, pareti
umide e scritte sui muri.
Gli invisibili passeggiavano nervosamente dandosi occhiate stanche e dolorose.
Vide il fratello, sembrava veramente disperato, gli diede quei soliti consigli
di non rovinarsi troppo e di seguire bene le regole.
I secondini arrivavano a ricordare di rispettare gli orari e che il divertimento
non era concesso.
I vicini assistevano imperterriti come statue di marmo mentre affollavano le
stanze inchiodati al dolore.
Saluto' il fratello e se ne ando'.
Aveva una sorta di libro in testa, un dejavu, uno sdoppiamento di immagini:
la realta' e i ricordi si
assomigliavano o meglio erano uguali.
Aveva bisogno di una birra e di un posto tranquillo, un po' di buonumore contro
quell'inganno.
Il selvatico amore del pomeriggio e quell'incontro erano cambiamenti di orizzonte
troppo repentini.
Ci voleva qualcosa di forte.
Entro' nel primo bar a portata di mano, si avvicino' al bancone per chiedere
da bere e in quel momento sentì una voce che lo chiamava.
Era Neto, un suo vecchio amico brasiliano, anche lui finito a Milano per cercare
fortuna.
Era completamente ubriaco.
Neto comincio' a raccontargli il motivo per cui stava bevendo: era stato lasciato
dal suo uomo.
Neto era gay e si vedeva che soffriva parecchio.
Leonildo gli pago' ancora da bere e si offrì per riaccompagnarlo a casa.
Neto era una di quelle persone che ti facevano sciogliere il cuore; ti si librava
come una farfalla e ti sentivi un po' piu' libero.
Il lavoro non rendeva liberi, Neto sì.
Questi si rigirava in mano il suo bicchiere lasciando che nel suo cervello fluissero
i pensieri; il peggio era passato e gli occhi comprensivi di Leonildo erano
stati una panacea per la delusione d'amore, una medicina naturale.
Adesso erano in strada, le persone indifferenti e indaffarate gli passavano
accanto, corsero a casa senza guardare in faccia niente e nessuno.
Davanti al cancello si salutarono con un lungo abbraccio solidale.
Neto si volto', aprì con la chiave e sparì dietro il portone.
I lampioni erano accesi e riflettevano l'ombra di Leonildo sul muro dove c'era
una scritta che diceva “FUOCO ALLE CARCERI”, per un attimo gli torno'
in mente suo fratello.
Il mattino dopo a casa di Leonildo suono' il campanello; era il pusher suo
amico che gli portava un sacchetto di hashish.
Accompagnatolo alla porta dopo averlo onestamente pagato, si mise a spinellare
tristemente e la casa si riempì di un dolce tepore.
Era ormai mezzogiorno, Leonildo preso dai morsi della fame si mise a cucinare
il suo piatto preferito: riso e pollo condito con abbondanti fagioli.
La casa era vuota e silenziosa ; questo gli poteva permettere di riposare in
pace, aveva davanti a se' tutto il week end per riordinare le idee prima del
lunedì che significava ricominciare a lavorare.
Ma non era per niente tranquillo, la saudade lo aveva invaso completamente,
rivedere suo fratello e il suo amico lo aveva fatto sentire ancora piu' solo
e disarmato.
Decise che doveva andarsene per qualche giorno, prese una valigia e velocemente
ci butto' due stracci e un paio di calzoncini,
Si mise in macchina, destinazione il mare.
Viaggio' tutto il giorno, l'autostrada era quasi vuota.
I pensieri correvano insieme al motore della sua utilitaria, non vedeva nemmeno
le altre macchine sfrecciando sulla corsia di sorpasso.
Voleva fuggire ma nemmeno lui sapeva da cosa.
Arrivo' al mare.
Il porto di Genova era un enormita' di barche che si stagliavano davanti ai
suoi occhi.
Chiuso dentro la macchina comincio' a pensare.
Aveva con se' una valigia, aveva un po' di soldi e tanta rabbia da sfogare.
Vide alcuni marinai sorridere e scambiarsi battute, gli si accese un' idea:
partire con loro.
Parcheggio' in fretta l'auto,scese e si mise a correre.
Senza sapere la destinazione che avevano chiese se sulla nave potevano servire
delle braccia forti e questi risposero di sì.
Si mise la valigia in spalla e salì: ora era un mozzo alla ricerca di
fortuna probabilmente verso sud,
il sud del mondo, il sud dell'esistenza.
Sapeva bene cosa lasciava e s'immaginava cosa avrebbe trovato lì: giornate
di lavoro e fatica ma anche notti di speranza in cui chiedere alla luna di dargli
quel poco di fortuna che non aveva ancora avuto dalla vita.
Giovanni Confeggi |