La polvere eterna di Giovanni Nebuloni «Da ogni lato dei fabbricati e a livello del terreno erboso si allargava lentamente una bruma grigiastra, una spuma alta mezzo metro. Onde simili, ribollenti, si stavano espandendo anche dalla base di ciascuna delle lingue di fuoco, finché coprirono interamente i tetti delle costruzioni, iniziando a scendere lungo le pareti». La vacanza in Alta Engadina di una giovane coppia – la romena Diana e il marito Giorgio, giornalista del Corriere della Sera – viene turbata dalla loro scoperta sul Bernina del cadavere di un uomo, un ebreo di nome Saul Veil, cui la donna sottrae ciò che sembra una comune scheda telefonica... È solo l’inizio de La polvere eterna, un romanzo in cui avventura, fantapolitica, esoterismo, spy story, si combinano in una miscela affascinante e chiaroscurale, composta da fulminei colpi di scena e da sorprendenti stratificazioni narrative all’interno delle quali si collocano ambienti tentacolari e si muovono personaggi sfuggenti.
«È una kippot, non devi toccarla!» Un cadavere tra le nevi: è il drammatico inizio de La polvere eterna di Giovanni Nebuloni
by Giuseppe Licandro Una coppia, composta da un giornalista italiano e dalla sua compagna rumena in vacanza in Svizzera, scopre accidentalmente il corpo senza vita di un uomo col torace squarciato da una roccia: si tratta di un ebreo di nome Saul Veil, al quale la donna sottrae ciò che sembra una comune scheda telefonica... Ecco l’incipit de La polvere eterna di Giovanni Nebuloni (collana La scacchiera di Babele delle Edizioni di LucidaMente, pp. 226, € 16,00), che vi proponiamo come “assaggio”. Il romanzo, nel suo seguito, combina avventura, fantapolitica, esoterismo, spy story, in una miscela affascinante e chiaroscurale, composta da fulminei colpi di scena e da sorprendenti stratificazioni narrative all’interno delle quali si collocano ambienti tentacolari e si muovono personaggi sfuggenti.
«Fa’ presto, corri!». L’urlo aveva rotto il silenzio e l’eco si perdeva oltre l’aliante che planava sulle cime del Bernina. L’uomo lo scorse prima di volgere lo sguardo alla moglie. Correre? La pendenza del sentiero impervio era almeno del quindici per cento e dopo un’ora di marcia non aveva la forza e la voglia di correre. Contro il pendio che si curvava dapprima ampio e maestoso e che all’improvviso si ergeva in verticale e come schiacciato sotto il pizzo, la piccola figura di Diana era sola e immobile. Non era da lei gridare al lupo senza motivo, ma che rischi potevano esserci a non più di tre chilometri dal rifugio? Diana chiuse gli occhi. Le mancava l’aria e cercò di respirare profondamente, ricordando di avere un grembo liscio e armonioso, perfetto se non fosse stato una porta sul vuoto. Non avevano ancora un figlio e non erano sterili, non avevano difetti. Tuttavia qualcosa non funzionava. Non era ancora incinta e desiderava avere un bimbo come il pane e l’aria. Ecco che arrivava, l’aria, pungente e morbida. Si era levato un vento secco che portava un odore acido e di miele, zuppa, ciorbă andata a male. «Cefas!». Il “suo nome” la fece trasalire. Vide che il marito era a qualche metro da lei e che ansimava. Non conosceva le ragioni che impedivano la venuta di una nuova vita e cos’era l’odore che svaniva, ovviamente in “Cefas” però si riconosceva. Era l’ultimo soprannome che le aveva affibbiato e derivava dall’intercalare nella lingua natale, quando diceva “Cè fas fa”, che, scritto “Ce faci fă”, significava “come stai”. Come stava l’uomo nel crepaccio? «Guarda». Giorgio le si accostò e le strinse un poco un braccio. Nella fenditura della montagna, sulla neve e tra le rocce marroni e grigie, c’era il corpo di un uomo con la schiena verso il cielo. «Non si vede sangue». «Ce n’è sicuramente in quantità» disse Giorgio. «La roccia di mezzo metro su cui è finito gli ha squarciato il torace. La punta del cuneo l’ha passato da parte a parte e gli è uscita dalla schiena, sollevando la giacca per qualche centimetro. Ecco perché non si vede». «Avrà sofferto molto?». «È morto all’istante. O meglio, immediatamente dopo l’impatto con la roccia appuntita perché è caduto da lassù». Giorgio indicò uno sperone di granito cinque metri sopra loro e venti sopra il cadavere. «Doveva essere ancora vivo quando ha picchiato su quel masso sporgente. Vedi la neve spazzata in quel punto? Quindi è precipitato sulla roccia». «Non è uno dei modi migliori per andarsene». «Dobbiamo chiamare il soccorso alpino, o la polizia». «Stai pensando a un omicidio?». «Perché?». «Tu conosci gli omicidi meglio di me» considerò Diana. «Potresti anzi prendere appunti o dettare un articolo». «Non voglio rubare il mestiere a nessuno e questo non può interessare il giornale. Inoltre, mi occupo di vicende milanesi o provinciali, cronaca spicciola e propriamente non omicidi, anche se strada facendo non ho potuto evitarne». «Vado a vedere» informò Diana, liberandosi della mano del marito, che esclamò: «Fermati!». Ma Diana non l’udì neppure. Scivolò rapidamente nel crepaccio scosceso e, a un metro dal cadavere, protendendosi e piegandosi con la testa, senza avanzare oltre con i piedi, osservò che la bandiera al vento era sostenuta soltanto dall’ariete di pietra che come una trivella gli aveva scavato il tronco, dracula goloso, succhiandogli la vita. Quello che era stato un uomo era piegato ad arco su se stesso e sembrava ondeggiare, gli arti penzoloni. Aveva la barba ed era bianca come i capelli. Sulla bocca c’era un dito di schiuma gialla e rossa e sulla fronte una tumefazione bluastra. Una grossa goccia di sangue scuro e denso stava per cadere dal naso adunco e largo alla base. Le orecchie erano molto allungate. Gli occhi erano sbarrati ed era come se le iridi fossero scomparse: erano completamente bianchi. Sulla terra, sulle rocce, anche su un ciuffo d’erba secca, c’era un mare di sangue fresco. Senza volgersi, continuando a guardare, fece un passo indietro. Sentendo che il marito le era giunto accanto: «Cos’è quella cosa rotonda?» domandò. «Una kippot». Sul terreno, a un metro dalla testa del cadavere. «Il copricapo che usano gli ebrei, con significato religioso. Ha decorazioni sul perimetro, blu al centro e lavorata in oro, forse oro vero. Non toccarla. Non toccare niente».
(da La polvere eterna di Giovanni Nebuloni, Edizioni di LucidaMente)
L’immagine: La polvere eterna, elaborazione grafica di Matteo Scanavini.
Giuseppe Licandro
(LucidaMente, anno II, n. 4 EXTRA, supplemento al n. 14, 14 febbraio 2007) Un romanzo d’azione, una coppia in fuga, forse un presentimento del mondo che ci attende
by Claudia Mancuso
Senza un attimo di respiro: il tumultuoso pianeta di Giovanni Nebuloni. Questo il titolo dell’Introduzione di Rino Tripodi – che riportiamo di seguito per intero – a La polvere eterna di Giovanni Nebuloni (collana La scacchiera di Babele delle Edizioni di LucidaMente, pp. 226, € 16,00), romanzo in cui avventura, fantapolitica, esoterismo, spy story, si combinano in una miscela affascinante e chiaroscurale, composta da fulminei colpi di scena e da sorprendenti stratificazioni narrative all’interno delle quali si collocano ambienti tentacolari e si muovono personaggi sfuggenti.
Il giallo, l’horror, persino la fantascienza, hanno alfine – ma non da molti anni e con tempi diversi – trovato spazio e accoglienza nel nostro Paese, sia con la produzione straniera, sia con quella, abbastanza recente, degli scrittori italiani. I successi – tanto per fare qualche nome – del commissario Montalbano di Camilleri, di Dylan Dog di Sclavi, di Heymerich di Evangelisti, dimostrano che abbiamo accolto i generi letterari citati all’inizio, sia come “fruitori”, sia come “produttori”. Del resto, in un passato più o meno recente, alcuni, come Sciascia ed Eco, hanno anche tentato di rendere una certa loro produzione, allo stesso tempo, letteratura, opera commerciale, ricerca.
Le sfaccettature di un genere ibrido Un’altra tipologia letteraria “di consumo”, molto popolare nel mondo anglosassone, ma che fatica a trovare autori in Italia, è quel genere un po’ misto, tra romanzo d’azione, d’avventura, di spionaggio, di fantapolitica, di intrighi internazionali, con l’aggiunta di esoterismo, esotismi – e magari erotismo –, il tutto incastonato nelle meraviglie delle più straordinarie innovazioni tecnologiche, che trova il suo padre putativo nello 007 di Fleming e i suoi figliocci e nipotini in Crichton, Cussler, Clancy, fino al famigerato Il codice da Vinci di Dan Brown. Ad accettare la sfida, prova il milanese Giovanni Nebuloni, col romanzo che vado introducendo. La polvere eterna, in effetti, presenta tutti gli ingredienti del genere: dagli aspetti macronarrativi dell’azione frenetica, del complotto internazionale, della minaccia terroristica, delle “leggende” religioso-esoteriche, delle tecnologie – con approfondite conoscenze informatiche, telematiche, ingegneristiche, chimiche –, ai topoi micronarrativi, quali l’eliminazione spietata e sadica di “chi sbaglia”, la spettacolarità degli attentati, gli enigmi a chiave, gli spunti ironici, la cattura con proiettili narcotizzanti, gli inseguimenti in auto, gli elicotteri in volo, gli imprigionamenti e le liberazioni dei personaggi, le azioni aeree… Una sorta di ingranaggio ben oliato, costituito da reti e snodi, da scintille lampeggianti e da serpeggianti, illusorie, eccentriche deviazioni, da strozzature allarmanti e imponderabili e da lampi che forano il buio, fino all’accecante rivelazione finale.
Le innovazioni di Nebuloni In Nebuloni, però, coinvolta nella effervescente trama e nell’avventura, viene a trovarsi non un agente dai poteri e dalle armi quasi da supereroe, ma una coppia “normale”, consueta ormai nell’orizzonte sociale italiano, costituita da un giornalista milanese e da una bella rumena. Anche lo spazio narrativo, se si guarda bene, a paragone dei continui cambi di scena di altre opere dello stesso genere, dislocati in paradisi esotici e mete – almeno un tempo – privilegio di pochi, è estremamente concentrato in un quadrato i cui lati sono Svizzera-Vaduz-Milano-Provenza. Se ne La polvere eterna vi è la coscienza, come in poche altre opere, della globalizzazione – il mondo di Nebuloni è già globalizzato –, altrettanto vivo è l’amore per i luoghi vicini, conosciuti, prediletti, che sovente vengono descritti con cura. Del resto, è questa una delle caratteristiche, apparentemente contraddittorie, del nostro “nuovo ordine mondiale”: da un lato uomini e merci si spostano vorticosamente come non mai, dall’altro si assiste al recupero del proprio milieu, in forme talvolta legittime, come antiomologazione e difesa identitaria – anche di cibi, tradizioni, cultura –, altre volte con modalità meschine, egoistiche e particolaristiche o retrograde. Pure dal punto di vista formale-narrativo, l’autore va alla ricerca di nuove strade, con l’uso del dialogo spesso intercalato all’azione e, quindi, con qualche licenza rispetto alle norme della riproduzione, anche tipografica, del discorso diretto. Altra originalità, i riferimenti alla cultura “alta”: le citazioni da Shakespeare che introducono ogni capitolo, la lunga dissertazione su Durrell e le sue opere, il riferimento al film La tragedia di Pizzo Palù… Per non dire della palpitante ricerca spirituale del divino, presente ovunque nel libro, con considerazioni “teologiche” come la seguente: «[…] per l’ennesima volta si era chiesto “chi è Dio”. Questa volta la risposta gli era giunta immediata: “Cristo è il Tempo, il Padre è lo Spazio, lo Spirito Santo è l’Energia che correla il Tempo allo Spazio”. Tempo, Spazio ed Energia in senso assoluto, intesi come formule matematiche, come astrazioni, le regole ultime e prime che definivano, che informavano, che regolavano, che facevano girare il mondo. […] [Einstein] era arrivato vicino alla formulazione definitiva di Dio, proprio con la formula “E=mc2”. Se alla “E” si sostituiva lo Spirito Santo, alla “m” il Padre, se alla velocità della luce – gli sembrava che non importasse che fosse o no al quadrato –, se alla “c” si sostituiva Gesù Cristo, ecco: «Il cerchio quadra». Tutto, così, si poteva spiegare. Con metafora informatica, la Santissima Trinità poteva costituire un ambiente, o L’Ambiente, di programmazione, creazione, preesistente alla programmazione, alla creazione stessa».
Femmine dominanti… Riprendendo il discorso sulla coppia protagonista e senza anticipare nulla delle sorprese del libro, c’è da annotare, però, che, dei due, è la donna ad assumere sempre più il ruolo di personaggio principale: Diana, bella rumena, ha un vissuto biografico e una personalità ben più “vivaci” rispetto a quelle del “povero” Giorgio, suo compagno di vita e di avventura. Ma pure gli altri personaggi femminili del romanzo appaiono “dominanti” e più interessanti rispetto ai personaggi maschili. Dalla glaciale Tania alla superagente Jasmine, dalla sensitiva Sofia a Constance, matura, quanto sensuale e disponibile a una sessualità senza preamboli… Segno dei tempi, che, almeno nell’Occidente, vedono la donna assumere ruoli e atteggiamenti “virili”, con l’aggiunta di una disinvolta aggressività e spietatezza postfemminista. Eppure, ne La polvere eterna, esse non tendono a trasformarsi del tutto in figure androgine o scaturite da un’eccitata fantasia sadomasochista. Il personaggio forse più bello e originale, e al contempo inquietante, del romanzo è, infatti, Fatima, donna rapita, “imprigionata” per l’eternità nel suo burka, che diventa un immenso universo interiore e immaginativo, territorio di buio, di deriva, di orrore psicotico, penombra di follia attraversata da mormorii, fruscii e fiati di voci, amaro controcanto a una vita spezzata: «[…] all’unica domanda che le accadeva di rivolgere a se stessa, e non alle voci, cioè “Perché credi alle voci?”, si rispondeva: “Tutte le donne devono portare il velo, il burka; il Corano dispone infatti che tutte le donne debbano coprirsi di veli il capo ed entrambi i seni e che non debbano far mostra di ornamenti femminili, se non ai mariti. Per una donna senza marito, che non si è mai sposata, cos’è il burka, se non una casa, un giardino, una città, dove, grazie alle voci dentro, lei non è mai sola”. […] “Quanti soli!”. “Quante donne sole sotto a un burka”. “Quante donne sole sotto a un burka, vero com’è vero Dio!”». Fatima, «che scivolava fra gli uomini come un fazzoletto di nebbia», si toglierà alfine il suo terribile abito e rivelerà conoscenze linguistiche inaspettate. Una forte e solidale denuncia, quella di Nebuloni, che proietta la propria sensibile immaginazione entro quella assurda prigione. È molto femminile Diana, coi suoi pupazzi e quando – più volte nel corso del romanzo – desidera fortemente la maternità: «Le mancava l’aria e cercò di respirare profondamente, ricordando di avere un grembo liscio e armonioso, perfetto se non fosse stato una porta sul vuoto. Non avevano ancora un figlio e non erano sterili, non avevano difetti. Tuttavia qualcosa non funzionava. Non era ancora incinta e desiderava avere un bimbo come il pane e l’aria». Pure nei confronti dei bambini Nebuloni assume un atteggiamento sensibile e dolce. Verso il terrorismo – anche quello “economico”–, invece, il narratore è severissimo e il seguente passo diventa un simbolo dell’aggressività del fanatismo islamico, e, quindi, delle nostre paure, dominate da orizzonti tetri e magmatici: «In prossimità della Pietra, sentii sorgere davanti ai miei occhi come una paratia di cristallo che mi parve visibile. Mi dicevo che era impossibile andare avanti e che era ovvio che non potessi procedere perché, con la Pietra a pochi metri, non si poteva proseguire, non oltre la Pietra, un punto assolutamente fermo al di là del quale c’è il nulla e il tutto. Mi chiesi: io vorrei andare oltre la pietra? Quella lastra di cristallo si piegò allora su di me e iniziò a opprimermi e a schiacciarmi».
Le intuizioni epifaniche della letteratura La polvere eterna si presenta, in conclusione, come un unicum nel panorama narrativo italiano. Se, per dichiarazione dello stesso autore, il libro vuole essere, parafrasando un vecchio slogan legato alla sua città – Milano –, «un romanzo da bere» e «che si legge come se si vedesse un film», vale a dire facilmente fruibile, coinvolgente e “commerciale”, non mancano, come abbiamo visto, le sperimentazioni linguistico-narrative, le innovazioni all’interno del genere stesso, la creazione di personaggi originali. Infine, sarà pur vero che spesso la realtà, come recita la famosa sintesi di Mino Milani, è più romanzesca della fiction: la caduta dei regimi comunisti del tra il 1989 e il 1991 e il tremendo attentato alle Twin Towers dell’11 settembre 2001 lo hanno dimostrato, mortificando, anzi svergognando, gli analisti della politica internazionale. Tuttavia, ancor più spesso la letteratura è stata in grado di prevedere gli scenari del reale di più e meglio della politologia. C’è dunque da sperare che il mondo immaginato da Nebuloni – dominato da potentati economici, da terroristi, da personaggi che attribuiscono scarso valore all’individuo e alla vita umana, da tumulti incontrollabili e stordenti – resti appunto solo fantastico. E, pertanto, concludiamo, rivolgendoci al lettore con una citazione di Leopardi: «Stagion lieta è cotesta. | Altro dirti non vo’; ma la tua festa | ch’anco tardi a venir non ti sia grave».
(Rino Tripodi, Senza un attimo di respiro: il tumultuoso pianeta di Giovanni Nebuloni, Introduzione a Giovanni Nebuloni, La polvere eterna, collana La scacchiera di Babele, Edizioni di LucidaMente)
L’immagine: la copertina del romanzo, con l’illustrazione La polvere eterna, rielaborazione grafica di Matteo Scanavini.
Claudia Mancuso
(LucidaMente, anno II, n. 16, aprile 2007)
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